Lunedì 24 Giugno 2019

Teatro. Franco Costantini ci parla del suo "Viaggio di Roberto", nella memoria e nella storia d'oggi

Lunedì 10 Dicembre 2018
Una scena de "Il viaggio di Roberto"

Domenica 16 dicembre alle ore 15.30 (con recite per le scuole lunedì 17 e martedì 18 dicembre) torna in scena al Teatro Alighieri di Ravenna Il viaggio di Roberto. Un treno verso Auschwitz azione scenica musicale in un atto con testo di Guido Barbieri e musica di Paolo Marzocchi. Roberto Bachi, ragazzo di 15 anni, è Emmanuel Ranieri, Emiliano Santiago Orioli, Andrea Zannini. Vittorio, il narratore, è Franco Costantini. Ines, la madre di Roberto, è Cinzia Damassa. Con la partecipazione straordinaria di Danilo Naglia, Silvano Rosetti, Sergio Squarzina ex compagni di scuola di Roberto Bachi.

 

Regia Alessio Pizzech, scene e costumi Davide Amadei, luci Nevio Cavina. Orchestra Arcangelo Corelli: il direttore è Jacopo Rivani (il 16), Paolo Marzocchi (il 17 e 18). Quartetto vocale: Vittoria Magnarello soprano, Veronica Delorenzi mezzosoprano, Massimo Montanari tenore e Giacomo Contro baritono. Coro “Libere Note” dell’Istituto Comprensivo Statale “Guido Novello” di Ravenna diretto da Elisabetta Agostini e Catia Gori. Nuova versione per orchestra dell’opera, commissionata dal Teatro Alighieri Ravenna nel 2014 in coproduzione con Teatro Comunale di Ferrara e Teatro Regio di Parma.

Biglietti a 12 Euro (ridotti 10 Euro; under 18 a 5 Euro).

 

LE PAROLE DEL NARRATORE FRANCO COSTANTINI

"Sono cinque anni che portiamo in scena questo lavoro. E tutte le volte è un'emozione. - racconta Franco Costantini - Io sono il compagno di viaggio di Roberto, e vivo il tipico senso di colpa del sopravvissuto. Perché io no? È un viaggio scomodo quello della memoria. Una parte di me, Vittorio, vorrebbe dimenticare ma un’altra parte, invece, vuole ricordare per dare un senso a tutto quanto. Bisogna ricordare. Forse anche accettare per darsi pace. In me ci sono tutti questi conflitti interiori. Il personaggio disegnato da Barbieri è palesemente tormentato e attraversato da questi conflitti e io cerco di renderli al meglio sulla scena.”

"Però, secondo me, questo non è uno spettacolo solo sulla memoria. - continua Franco alias Vittorio - Il viaggio di Roberto ci parla dell’oggi attraverso il racconto di ieri. Per esempio, nel testo, ad un certo punto, c’è il racconto di una brusca frenata di questo carro bestiame dove sono stati stipati i deportati. E questa frenata improvvisa e brusca fa sì che tutte queste persone ondeggino, come su una scialuppa in mezzo al mare, scrive Barbieri. Insomma parliamo anche dell’oggi, dei migranti, in balia delle onde nel Mediterraneo. Anche per loro possiamo parlare di deportazione, perché fuggono da guerra o fame e poi sono costretti a salire su queste barche per cercare una speranza. Per poi approdare non ad Auschwitz, ma in un altro tipo di lager che può avere la forma di un centro di identificazione ed espulsione. Non sono poche le analogie. Per me quest’opera parla anche dell’oggi. E parla di domani, parlando del passato.”

“Per noi interpreti è una sofferenza, però è una sofferenza bella perché è di quelle che ti arricchiscono. Non è comunque un percorso semplice. - ammette Costantini - Per la terza volta comincio questa avventura e tutte e tre le volte durante le prove ho somatizzato il dolore e mi sono ammalato. In questo momento ho quasi tutti i mali possibili, dall’influenza alla bronchite al mal di denti. Come le altre volte. Somatizzo tutto. Proprio perché è un’opera che ti coinvolge nel profondo e l’unico modo per affrontarla è calarsi nella parte fino in fondo per trasmettere le emozioni al pubblico. Questa cosa ha un costo, ma è anche ripagata dal rapporto e dall’esperienza con tutti quelli che lavorano con te, perché stiamo facendo un lavoro di verità sull’uomo e sulla vita ed è una cosa che lascia il segno.”

"Il viaggio di Roberto è un’opera emozionante e coinvolgente. C’è anche una musica straordinaria: non sono certo un musicologo, ma la musica che accompagna la messa in scena è bellissima, salta dal repertorio classico a brani assolutamente contemporanei; mentri ascolti l’orchestra senti anche il rumore del treno che viaggia sui binari e quello della pioggia che cade sul tetto del vagone. E tutti questi rumori si integrano perfettamente, diventano armonia. Fra l’altro c’è un aneddoto da brividi: la sequenza ricorrente della musica è composta da sei note, ricavate dal numero di matricola di Roberto Bachi: cioè Marzocchi ha trasformato questi numeri in note, in una sequenza musicale, appunto. C'è un'incredibile tensione drammatica e tanta bellezza. Davvero emozionante" conclude Franco Costantini.

 

 

 

IL SOGGETTO

Roberto Bachi, nato a Torino nel 1929, giunge a Ravenna nel 1937 a seguito del trasferimento del padre, il generale Alberto Bachi, che aveva assunto il comando della divisione di fanteria Rubicone di stanza a Ravenna. Roberto frequenta la Scuola Mordani solo nell’anno scolastico 1937/1938. Il 17 ottobre 1943 Roberto e il padre, in quanto ebrei, vengono fermati a Torrechiara (Parma) e trasferiti nel carcere di San Vittore a Milano. È proprio dalla stazione di Milano che il 6 dicembre 1943 parte il treno che porta Roberto, separato dal padre, ad Auschwitz. Il racconto della storia di Roberto si dipana attraverso le parole di Vittorio, un superstite dei campi di sterminio che si trovava col ragazzo nel vagone diretto ad Auschwitz, e Ines, la madre di Roberto. La voce di Vittorio, che narra i primi momenti della deportazione fino all’arrivo in Germania, si intercala ai ricordi di Ines che racconta chi era Roberto, i momenti drammatici della cattura e le ricerche condotte nella speranza di trovare il figlio ancora vivo.

Vittorio rievoca i sette giorni del viaggio: l’ingresso nel vagone, dove vengono stipate sessantaquattro persone che ignorano la destinazione del treno, il gelo durante la notte, la fame e la sete, la pioggia che entra nel carro mescolandosi agli escrementi, le poche soste in cui qualcuno dall’esterno dà ai prigionieri la possibilità di inviare lettere a casa o offre loro un sorso d’acqua da bere, la morte di una contadina di Vigevano all’interno del vagone e il tentativo di fuga, durante una sosta, di un prigioniero che per questo viene fucilato. Roberto è un ragazzo schivo e silenzioso: sorretto dalla tenue speranza di poter prima o poi tornare a casa, scrive su un quaderno e legge un libro dalla copertina di tela blu con tre elefantini color oro.

Ines ricorda i giorni di scuola, quando Roberto era un ragazzo diligente, allegro e generoso, che ricopiava le lezioni per il compagno di classe, Silvano, ricoverato all’ospedale. Ricorda quando i soldati tedeschi sono piombati nelle loro casa di Torrechiara e hanno portato via Roberto e il padre e legge le lettere scambiate con chiunque potesse avere qualche dato su dove si trovasse Roberto e sulle sue condizioni di salute. Le uniche informazioni che ha potuto raccogliere sono il numero di matricola 167973, la destinazione del convoglio, Auschwitz, e la notizia che il figlio si era ammalato di tubercolosi. Alla fine i racconti di Vittorio e Ines lasciano spazio ad un dialogo serrato tra i due. Svanita ogni speranza, rimane il desiderio di conoscersi tra la madre di una vittima e un sopravvissuto che ha condiviso una piccola parte della sue esistenza con Roberto: l’unica persona che ha parlato a Ines del figlio guardandola negli occhi.

 

IL COMMENTO DI GUIDO BARBIERI SUL TESTO

Il treno è uno degli “oggetti biografici” – per usare le parole di Tadeusz Kantor – che ricorrono con maggiore frequenza, e in modo ciclico, nelle cronache della Shoah. In treno partono da Terezin, il 16 ottobre del 1944, i 1.500 passeggeri del cosiddetto Künstler‑Transport: poeti, scrittori, compositori, musicisti, pittori, scienziati, tutti finiti su per un camino, ad Auschwitz, all’alba del giorno dopo. Lo stesso giorno di un anno prima, il 16 ottobre del ’43, 1259 cittadini vengono rastrellati dalle SS in tutta la città di Roma: 1024 di loro, con la stella di Davide sul petto, vengono caricati in un convoglio di 18 carri bestiame che parte, il 18 ottobre, da Stazione Tiburtina: direzione Auschwitz.

In treno partivano dai campi di concentramento di Fossoli, di Montechiarugolo, di Forlì, di Tonezza del Cimone, di Vo’ Vecchio, di Coneglia Ligure gli ebrei e i detenuti politici italiani che con la complicità attiva dei “ragazzi di Salò” venivano spediti nei lager tedeschi. Il sistema dei trasporti ferroviari diretti ai campi di sterminio era un inesorabile meccanismo ad orologeria: Albert Ganzenmüller, il responsabile delle Ferrovie del Reich, aveva organizzato una sorta di servizio ferroviario “speciale”, perfettamente sovrapposto a quello “ordinario”. Orari, partenze, arrivi, smistamenti, numero di passeggeri erano regolati con la medesima precisione dei trasporti “civili”. Diversa era solo la destinazione.

E i viaggi verso la morte non erano certo gratuiti: il biglietto di corsa semplice verso Auschwitz, Bergen-Belsen, Mauthausen, Dachau costava 2 Pfenning, due centesimi di marco, la tariffa corrispondente ad un biglietto di terza classe. Il prezzo scendeva ad 1 Pfenning se il “viaggiatore” aveva un’età compresa tra i 4 e i 10 anni e nel caso, non certo infrequente, di trasporti superiori ai 400 passeggeri. Solo i bambini sotto i 4 anni godevano del privilegio di viaggiare senza spendere un centesimo. La riscossione delle tariffe, dettaglio non secondario, era affidata ad una apposita agenzia della Reichsbahn che portava il nome, molto elegante, di Mitteleuropaische Reisebüro. Chiuso dentro un carro merci parte anche Roberto Bachi quando, il 6 dicembre del 1944, lascia il Binario 21 della Stazione di Milano. Il suo è il primo dei 23 convogli che fino al 15 gennaio del ’45 deportano in Germania, e in Italia, migliaia di ebrei, partigiani, prigionieri politici, antifascisti.

La meta, anche per lui, è il campo di Auschwitz. Della sua vita dura e tremendamente corta, durata appena quindici anni, abbiamo notizie certe, anche se poco numerose. Roberto nasce a Torino, dal matrimonio di Ines e Armando, il 12 marzo del 1929. Suo padre è un alto ufficiale dell’esercito italiano, nominato nel 1937 generale di divisione e trasferito a Ravenna. Fino al 1938 Roberto frequenta le scuole Mordani. È un ragazzo vivo, brillante, maturo. La pagella è ottima, anche se un dettaglio sa di presagio: accanto alla parola Religione c’è scritto “esonerato”. Il 5 settembre entrano in vigore le leggi razziali: gli ebrei non possono ricoprire alcun incarico pubblico e i figli di ebrei non possono frequentare le scuole del regno. Armando è obbligato a dimettersi dall’esercito, per Roberto le porte delle Scuole Mordani non si riapriranno più. La famiglia Bachi è costretta a lasciare Ravenna, ripara a Parma e poi a Torrechiara.

Qui il 16 ottobre del ’43, lo stesso giorno del rastrellamento al Ghetto di Roma, lo stesso giorno, un anno prima, del Künstler‑Transport di Terezin, una camionetta con a bordo soldati tedeschi e spie italiane, porta Roberto e suo padre a Salsomaggiore e poi in carcere, a San Vittore. Due mesi di stenti e di torture e poi, il 6 dicembre, il trasferimento al Binario 21. Da questo giorno in poi sulla vita di Roberto cade il silenzio. Fino al momento in cui, a guerra finita, affiora la verità: Roberto è morto ad Auschwitz: nessuno sa quando, nessuno sa come, nessuno sa perché. Gli “oggetti biografici” della vita di Roberto sono dunque precisi, anche se radi. C’è un solo buco, nero e profondo, oltre a quello che circonda la sua morte: il viaggio. Quei sei giorni, tra il 6 e il 12 dicembre, che lo hanno fatto arrampicare su per l’Europa, tra due pareti di legno senza finestre.

La memoria di quel viaggio non ha lasciato alcun oggetto dietro di sé. Non ci sono testimoni, documenti, lettere, carte geografiche. Ma se manca la memoria individuale è invece straordinariamente ricca quella collettiva: quarantamila sono, nome più, nome meno, i deportati italiani nei campi di sterminio. Di loro soltanto seicento sono tornati, ma almeno duecento hanno raccontato, a fatica, spesso molti anni dopo la fine dell’incubo, la paura, la cecità, il freddo, la fame, la sete, il buio di quei viaggi. Tra raccontare ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo della vita di Roberto abbiamo scelto la seconda strada, quella di ripercorrere il suo viaggio d’inverno verso il non ritorno. È questa la via forse più scomoda, ma anche la più cauta e rispettosa, perché ci consente di non sfiorare il corpo di Roberto, ma soltanto di immaginarlo.

È per questo che durante questo viaggio “teatrale”, fatto di suoni e di parole, Roberto non parla e non canta: non ha voce, ma solo un corpo che tace. Attraverso il canto parlano le “immagini dell’altrove” che fanno da segnatempo al suo viaggio: Silvano, il compagno di scuola, Armando, il padre, la maestra delle Mordani, i personaggi “immaginari” che abitano nelle pagine dei suoi pochi livres de chevet. Il racconto di quei sei giorni è invece affidato alle parole di uno di quei testimoni che hanno avuto la forza di ricordare: Vittorio, il narratore principale, non è mai esistito, non ha mai viaggiato insieme a Roberto e nemmeno insieme ai quarantamila deportati italiani che non sono mai tornati. Ma è uno di loro, e possiede la voce di tutti. Della sua voce sentiamo oggi un bisogno estremo: uno dopo l’altro i testimoni diretti della Shoah stanno, infatti, scomparendo.

E quando anche l’ultimo di loro sarà costretto a tacere – come dice Liliana Segre – l’oblio li ricoprirà come le acque del Mediterraneo si stanno rischiudendo sui corpi degli uomini, delle donne e dei bambini che cercano una vita migliore. Non lo possiamo, non lo dobbiamo permettere. Non rivelerà molto Vittorio, di Roberto e dei giorni trascorsi su quel treno: nemmeno a sua madre, Ines, quando la incontrerà. Ma perché, del resto, dovremmo sapere qualche cosa di lui? Se la sua esistenza materiale non fosse finita dentro i denti “esterni” dell’ingranaggio della Shoah, se la sua adolescenza non fosse stata violata dall’oltraggio senza remissione delle leggi razziali (dalle quali ci separano oggi esattamente ottant’anni) non ci sarebbe alcun bisogno di conoscere la sua vita.

Forse Roberto sarebbe rimasto a Ravenna, avrebbe fatto il militare come suo padre o il maestro di scuola o l’impiegato di banca, avrebbe avuto dei figli e dei nipoti, e oggi passeggerebbe, la mattina, per le vie della città come fanno Silvano, Sergio, Danilo, i suoi compagni di classe di allora. Non è andata così, ma noi, adesso, sappiamo perché. Il viaggio di Roberto è, semplicemente, il racconto di questo perché.

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