Martedì 24 Aprile 2018

Cultura. L'andante Alex Majoli torna a Ravenna e porta con sé la sua fotografia in forma di tragedia

Venerdì 13 Aprile 2018
Alex Majoli

Intervista al grande fotografo nato a Ravenna 46 anni fa e partito giovanissimo alla conquista del mondo

Per Alex Majoli Ravenna oggi è un luogo geografico che si trova cento chilometri a sud di Venezia. È andato via giovanissimo da questa città, troppo chiacchierona e provinciale: gli andava decisamente stretta. Lui cercava l’avventura, voleva vivere il mondo, sentire e fotografare l’umanità dolente che lo popola. E che ci faceva a Ravenna? Infatti, dopo ha peregrinato, viaggiato, fotografato e vissuto. E forse non ha più pensato a quel luogo, cento chilometri sotto Venezia. Eppure, quando Ravenna l’ha chiamato per celebrare finalmente lui e la sua arte - dopo aver immortalato le tragedie del mondo - lui ha risposto. 

 

Dunque ha accettato di tornare nella terra dove è nato e di portare con sé la sua storia. Non lo dice, sembra lo faccia con una certa nonchalance, ma la cura e l’amore che ha messo nel progetto di allestimento della sua esposizione personale “Andante” che s’inaugura domani al Mar – un editing pensato appositamente per questo luogo – ti fa capire, invece, che in fondo, come tutti gli uomini, anche Alex Majoli a un certo punto ha sentito il bisogno di riconnettersi sentimentalmente con le sue origini.

 

L'INTERVISTA

Ho letto su Wikipedia - alla voce Alex Majoli - che quella che viene inaugurata domani e si apre domenica al pubblico non è la prima mostra che lei ha fatto a Ravenna. Qua ne segnalano altre due: nel 2006, Mi manchi all’Almagià, e addirittura una nel 1988, Pensiamoci stanotte, alla Galleria.

“Quella dell’Ottantotto c'è stata per davvero.”

Lei era giovanissimo, aveva appena 17 anni.

“Sì. Era una mostra collettiva, non c’ero solo io. C’erano Gianluca Costantini, Matteo Battistini, Antonio Barbadoro.”

E quella del 2006?

“Quella non era una mostra. Fu un’asta di beneficenza organizzata da un mio amico: 80-90 fotografi concessero le loro opere per questo evento. Io diedi quest’opera, che si chiama “Mi Manchi”. Tutto qui.”

Quindi “Andante” al Mar di Ravenna, anno 2018, è la prima vera mostra importante che la vede protagonista a Ravenna, la sua città d'origine?

“L’unica.”

Quando l'hanno chiamata da Ravenna per organizzare questa mostra interamente dedicata alla sua opera, cosa ha pensato?

“A dire la verità mi hanno chiamato più volte da Ravenna nel corso degli anni. Mi chiedevano consigli per la candidatura a Capitale Europea della Cultura. Si parlava di mostre, di commissioni. Molte parole. Voci. Però, sai, io sono andato via da Ravenna proprio per queste cose, per il bla bla bla che poi non finisce mai in niente. Questa volta, a quanto pare…”

Sta succedendo.

“Ormai è successo. Perché sono 250 foto, sul muro. Sono già quasi tutte appese. Non si tirano più via.”

Tutto il suo lavoro, dalle guerre nell’ex Jugoslavia fino all’Afghanistan, dai matti di Leros ai diseredati del Sud America fino ai migranti, è concentrato, focalizzato sulla condizione umana. Scandagliando nella condizione umana, dopo 20 anni di scatti e di viaggi, che cosa porta con sé?

“Lo ripeto sempre. So che non è originale. I Greci antichi hanno inventato la tragedia, e nella storia dell’arte la tragedia è sempre stata raccontata. Io sono arrivato dopo, ma sono sempre molto attratto dalle tragedie umane e quindi i soggetti di cui parlavi prima sono quelli che io ho fotografato, che mi hanno ispirato, mosso, catturato. Ho ripercorso con la macchina fotografica ciò che i Greci facevano con altri mezzi.”

Quindi, il suo è un senso tragico dell’esistenza condensato nell’arte della fotografia?

“Naturalmente c’è anche la commedia nella fotografia, non c’è solo la tragedia. Per esempio, Martin Parr è un autore di commedie con la macchina fotografica. Ma non è quello che io sento. Io ho lavorato soprattutto sull’aspetto tragico della condizione umana.”

Non è molto presente il ritratto nella sua opera. Perché?

“Non nell’accezione classica. Per me il ritratto è anche il ritratto di una società. Non è necessariamente il ritratto di una persone che sta di fronte a te, ferma, e che io cerco di rappresentare. Ho fatto anche ritratti su commissione, certo, ma per me il ritratto è una sottocategoria della fotografia, non è la fotografia. Sento di definire ritratto il rapporto che esiste fra me e il mio soggetto ma non è il modo in cui il soggetto viene fotografato alla "maniera" del ritratto. Per me ritratto è quando sono in una strada con della gente dentro il mio campo visivo, dentro quella strada.”

Fotografo o fotoreporter?

“Fotografo, assolutamente. Fotografo, cioè creatore di immagine.”

 

 

 

Anche per lei, come per quasi tutti i grandi autori, fotografare in bianco e nero è una sorta di must. Tutti sembrano preferire il black and white. Perché?

“Non è che lo preferiscono. Si inizia sempre di lì. Poi qualcuno resta lì e qualcuno va anche oltre.”

Dipende dalle scuole, dalla formazione?

“No. Direi che è un fatto proprio cronologico. Si guarda ai maestri. Io guardavo ai grandi maestri del bianco e nero. Immagino che un giovane che si avvicina oggi alla fotografia abbia più propensione per il colore, rispetto a quando mi sono formato io.”

Magari può ispirarsi a uno Steve McCurry...

“Ma sai, lui non fotografava per se stesso, lui fotografava per il National Geographic e, per le esigenze della rivista, doveva usare il colore. Non è un autore Steve McCurry, non c’è niente di autoriale nel suo lavoro. Lui fotografa luoghi e persone per questa grande istituzione che è il National Geographic, è una grande industria del mainstream, con dei grandi budget.”

Salgado?

“È molto differente.”

Lo sente più vicino?

“No, mi sento lontano da entrambi. Molto lontano. In ogni caso, Salgado è differentissimo.”

Anche lui comunque ha uno sguardo e una sensibilità particolare per la condizione umana…

“Assolutamente. Ma lui replica nei suoi lavori una percezione religiosa del mondo. Lui è molto bravo in questo.”

Una forma di spiritualità immanente… che lui ferma nello scatto.

“Sì. Sì.”

Per lei, Alex Majoli, cos’è una fotografia riuscita, una foto che la esprime appieno?

“Mia o di altri?”

Sua.

“Per prima cosa le fotografie le riconosci dopo averle scattate. Naturalmente, mentre scatti sai cosa stai facendo. Io vedo cosa succede. Ma è il lavoro di editing, quello che viene dopo, che dà forma compiuta al contenuto.”

Quindi mi sta dicendo che solo dopo avere scattato si rende conto fino in fondo di come è venuto il suo lavoro?

“Non esattamente. Mentre scatto so già, mi rendo conto perfettamente di quello che faccio. Ma, fra i cento scatti che ho fatto, quando parlo del "dopo", intendo la scelta delle 20 o delle 10 fotografie con cui decido quello che voglio dire. Non prendo necessariamente le migliori. Scelgo quelle che devono dire qualcosa. A muro non finiscono gli scatti tecnicamente più belli, a muro finiscono le foto che danno un suono, che hanno un contenuto, che raccontano quello che voglio dire io in quel momento. Se ne serve una ne metto una. Se ne servono due o tre ne metto due o tre. Dipende. Ho insegnato recentemente in Cina e i Cinesi, per esempio, vogliono riempire ogni foto di messaggi, di contenuti diversi. Tutto insieme.”

 

 

Perché?

“Viene dalla loro scrittura. Scrivono con gli ideogrammi. Per esprimere una parola usano più segni. Tanti segni. Per esempio bello non esiste come parola in Cinese. Per esprimere il concetto di bello loro devono dire bianco, puro, leggero: quello per loro vuol dire bello. Quindi sono tre ideogrammi per esprimere un concetto semplice come bello. Loro sono così: riempiono le foto di tante cose. E io a dirgli: non c’è bisogno che una foto dica tutto e tutto insieme - che so morte, dolore, gioia - puoi dire una cosa alla volta e le stesse cose con diverse foto.”

La sua mostra personale a Ravenna reca come titolo “Andante”, perché?

“Nella mia Moleskine da tanti mesi a questa parte c’era un elenco di titoli, fra cui questo. E fra tutti ho scelto proprio “Andante”. Almeno per quanto riguarda la prima parte della mostra, al piano terra e al primo piano, perché poi la seconda parte della mostra, al secondo piano del Mar, si chiama “Scene”. “Andante” perché ho pensato alla musica, al ritmo: ho voluto dare ad ogni stanza dell’allestimento un suono e un ritmo. Per coincidenza andante è anche colui che va, e io sono andato via da Ravenna, ho sempre viaggiato, sono sempre stato un andante. Ma andante è anche una cosa fatta male, purchè sia fatta...”

È un nostro modo dire, è una cosa andante, fatta così così… alla meno peggio.

“Esattamente. È un po’ la fotografia della mia vita e delle persone che ho fotografato.”

Persone borderline.

“Esatto. Che vanno avanti, comunque, malgrado tutte le tragedie.”

Gli “eroi” della vita quotidiana…

“Piano a parlare di eroi. Perché ci sono anche i ladri e gli assassini, i tossici e le puttane. Sono andanti, non eroi.”

Quindi un titolo che se lo sente proprio cucito addosso…

“Sì. Che poi l’editing di questa mostra è studiato apposta per questo posto. Ho fatto un lavoro curatoriale per l’allestimento al Mar di Ravenna, specifico per il luogo, anche pensando a questa successione di stanze, dando un ritmo come dicevo prima alle foto e ai contenuti, stanza per stanza. Alcune foto poi sono inedite, mai esposte né pubblicate.”

Ravenna cosa rappresenta oggi per lei?

“I miei Natali e basta. Qua non ho più nessuno della mia famiglia. Ho solo alcuni amici. Negli Stati Uniti, quando mi chiedono di dove sono, dico Ravenna, ma siccome nessuno sa dov’è, allora dico 100 km sotto Venezia. E oggi è un po’ così, per me Ravenna è diventata un posto 100 km sotto Venezia.”

Dopo l’inaugurazione andrà negli Stati Uniti dove vive. Ma tornerà ancora a Ravenna?

“Sì, sarò di nuovo qua per la Notte d’Oro di primavera di sabato 21 aprile. Poi chissà.”

 

Intervista raccolta da Pier Giorgio Carloni

 

 

Penso che il mio interesse si scateni quando riconosco un ricordo. Questo accade quando scatto una foto.

 

CHI È ALEX MAJOLI

Alex Majoli nasce a Ravenna nel 1971. All'età di 15 anni entra a far parte dello studio F45 di Ravenna, al fianco di Daniele Casadio. Mentre studia all'Istituto d'Arte di Ravenna - dove si diploma nel 1991 - collabora con l'agenzia Grazia Neri e viaggia in Jugoslavia per documentare il conflitto in corso dall’altra parte dell’Adriatico. Là torna molte volte negli anni, coprendo tutti i principali eventi in Kosovo e in Albania. Tre anni dopo il diploma, realizza un ritratto intimo della chiusura di un manicomio per i matti sull'isola di Leros, in Grecia, un progetto che è diventato il soggetto del suo primo libro, Leros, appunto. Nel 1995 Majoli va in Sud America per diversi mesi, fotografando una varietà di soggetti per il suo progetto personale Requiem in Samba.

Inizia il progetto Hotel Marinum nel 1998, nelle città portuali di tutto il mondo, il cui obiettivo finale è quello di realizzare uno spettacolo multimediale teatrale. Nello stesso anno ha iniziato a realizzare una serie di cortometraggi e documentari. Dopo essere diventato membro a pieno titolo di Magnum Photos nel 2001, Majoli ha coperto la caduta del regime talebano in Afghanistan e due anni dopo l'invasione dell'Iraq.

Continua a documentare vari conflitti in tutto il mondo per Newsweek, The New York Times Magazine, Granta e National Geographic. Majoli, in collaborazione con Thomas Dworzak, Paolo Pellegrin e Ilkka Uimonen, nel 2004 ha dato vita a un'esibizione e un'installazione di grande successo Off Broadway a New York, che ha viaggiato in Francia e Germania. Successivamente è stato coinvolto in un progetto per il Ministero della Cultura francese intitolato BPS, o Bio-Position System, sulla trasformazione sociale della città di Marsiglia.

Il suo progetto, Libera Me, è una intensa riflessione sulla condizione umana.

Nel 2011 Majoli diventa presidente dell'agenzia Magnum e rimane in questa carica per tre anni e mezzo. Nel 2016 ha presentato il suo lavoro sulle migrazioni, Migranesimo.

Vive a New York.

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  • Personaggio particolare. Chissà perché nutre questo rancore verso la sua città natale. Salvo poi esporre ad una mostra nella stessa città. Chissà quali sofferenze si celano dietro a questo. Se non ti piace Ravenna la eviti e non ci torni più. Invece si intuisce un rancore di sottofondo. Peccato un artista dovrebbe essere libero dai rancori.

    13/04/2018 - Francesca



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